Back to the future

Tornare indietro si può, ma a quale prezzo? Nell’articolo che segue ci viene spiegato bene, inoltre rappresenta un controcanto naturale alla lettera postata ieri. Intanto l’assemblea decide del futuro del PD e dell’Italia.

Il pericolo del tuffo nel passato

di EDMONDO BERSELLI

IL Partito democratico si trova oggi davanti a un bivio: la scelta è fra una transizione guidata da Franceschini verso il congresso in autunno e lo choc delle primarie subito. Che mobiliterebbero il partito e, non essendo questa volta telecomandate, lo dividerebbero, determinando una maggioranza e varie minoranze.

Ciascuna delle due ipotesi non è esente da rischi pesanti. Ma bisognerà pur dire che una forza politica come il Pd, giunta a un impressionante punto di crisi, non può permettersi il braccino corto. Fatta una scelta, sarà il caso di perseguirla sino in fondo, accantonando dubbi e riserve mentali: “primum vivere”.

Nello stesso tempo, tuttavia, è necessaria anche una filosofia: mettere a fuoco con chiarezza qual è la posta in gioco di questi giorni affannosi. Ciò che si rischia non è semplicemente il ritorno al passato più recente: chi volesse un passo a ritroso, recuperando i resti della Margherita e dei Ds, si ritroverebbe in possesso di strumentazioni largamente fuori corso. Il Pd era nato proprio per fondere ispirazioni, psicologie e visioni politiche diverse, modellate su storie rimaste a lungo incompatibili, in un contenitore nuovo, in grado di assicurare al paese un’alternativa rispetto al vento berlusconiano.

Proprio per questo, il rischio peggiore che si intravede è un autentico rischio di sistema. E di qualità della nostra democrazia. Perché se dal confronto e dai contrasti di queste ore dovesse venire fuori la disgregazione del Pd, ciò significherebbe di fatto lo scioglimento della coalizione riformista, e quindi la dissoluzione di una prospettiva appena credibile di alternanza politica.

In altre parole: a Silvio Berlusconi sta riuscendo l’impresa di riportare l’Italia alla geografia elettorale del mezzo secolo democristiano. Da una parte l’area di governo, un blocco politico, sociale e di potere stabile (e pochissimo scalfibile): dall’altra parte un’opposizione frammentata e quindi condannata a essere strutturalmente minoranza, senza reali possibilità competitive.

Sarebbe opportuno ricordare che negli ultimi quindici anni, prima l’Ulivo e poi l’Unione, ossia le varie forme assunte dal centrosinistra, sono stati gli strumenti che hanno evitato alla nostra società di ricadere entro automatismi coatti, cioè nel vecchio perimetro del “moriremo democristiani”. Adesso basta sostituire “berlusconiani” a “democristiani” e si capisce bene qual è la minaccia potenziale che grava sul sistema politico.

Se il Pd si disgrega, con i cattolici in libera uscita verso l’Udc nell’ipotesi di una “Kadima” all’italiana, con i “socialdemocratici” di Bersani, D’Alema e Fassino asserragliati in un loro fortino novecentesco e con i pochi laici riformisti rimasti senza patria, è garantito il ritorno al “bipartitismo imperfetto” degli anni Sessanta (dove l’imperfezione è data dall’eternità della permanenza al potere di una sola parte).

Per evitare questo disastroso destino, che riporterebbe il funzionamento della politica italiana indietro di decenni, occorre che il metodo e le procedure, così come le contrapposizioni personali e le soluzioni dall’alto, lascino spazio a un paio di considerazioni. La prima dice che il continuo richiamo al leader possibile, al grande solutore, è una finzione. Oggi come oggi il Pd non ha un leader a disposizione, nel senso che non ha fra le sue riserve una personalità carismatica da chiamare in campo.

E quindi, seconda considerazione, se non si vuole
precipitare nell’improvvisazione o nella rissa fra numeri due, occorre ripartire dalla politica, non dalla leadership. Va ricollocato al centro della discussione il fatto che il centrosinistra è nato su un progetto di modernizzazione del paese (politica, economica, istituzionale), che contemplava il rispetto delle compatibilità sociali. È questo programma di larga massima che ha consentito a settori diversi della società italiana di riconoscersi nelle linee generali del centrosinistra, e di non farsi illudere dalle sbrigative ricette e dai miracolismi dell’armata berlusconiana.
Nel momento della crisi più acuta conviene dunque tornare ai fondamentali. E parlare con chiarezza. Mai come in questa fase il Pd ha bisogno di dire la verità, di osservare con realismo le cose, di evitare processi di autoillusione e il ricorso alla retorica. Che si giunga o no a un confronto, i diversi candidati di oggi e di domani dovrebbero innanzitutto esprimere con chiarezza le loro idee sui due temi che incombono sulla scena politica: le linee di un possibile programma politico-sociale, e il sistema di alleanze con cui intendono realizzarlo.

Questo è lo snodo principale. Occorre sapere senza rinvii se Franceschini e gli altri vogliono ridare una possibilità al centrosinistra, una nuova opportunità a breve termine di essere politicamente alternativo e competitivo. Oppure se, al di là delle parole, nel nome della compattezza interna, della logica di sopravvivenza, della coesione fra protagonisti che si ritengono insostituibili, essi accettano implicitamente anni di sconfitte, di stagnazione del consenso, di subalternità politica. Se insomma questa è una crisi, o un’abdicazione.

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3 risposte a “Back to the future

  1. Mmmmh…sono combattuto su come commentare (

  2. (Riuscirò stavolta a lasciare un commento integro??)
    Mmmmh…sono combattuto su come commentare (

  3. Fede, dai un occhio a questo blog perché ha qualche problema…la gente sarà solo contenta che i miei commenti vengano cancellati, ma se qualcun altro volesse dire qualcosa…

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